Archivio tag: traduzione

l’incubo del traduttore

Immagino che ciascuno di noi, nella propria vita professionale, qualsiasi essa sia, abbia un incubo, ovvero quella che cosa che non vorremmo mai ci accadesse, perché potrebbe distruggere anni di fatiche lavorative. Ebbene, anch’io ho il mio, dovuto forse al fatto che probabilmente soffro della sindrome dell’impostore, cioè la sensazione che, malgrado i successi, o più blumodestamente i semplici riconoscimenti professionali, si sia totalmente inadeguati, che gli altri si stiano sbagliando, e che le valutazioni positive che si ricevono sul lavoro siano certamente errate, frutto di un qualche abbaglio.*
Va be’, ritorniamo agli incubi. Un paio di settimane fa è uscito per Edt l’ultimo libro che ho tradotto, Avventure nell’essere umano. Viaggio straordinario dal cranio al calcagno, del medico (e scrittore) inglese Gavin Francis, in cui l’autore ci racconta come siamo fatti. È una specie di manuale di anatomia per noi profani ricco di aneddoti, casi clinici, storia, bizzarrie e curiosità. Continua a leggere

due o tre cose sulla traduzione di narrativa non fiction

Più o meno un paio di anni fa ho avuto uno scambio di battute (credo su facebook) con un recensore sul fatto che nel suo articolo sul “Venerdì” di Repubblica dedicato a London Calling del mitico Barry Miles, che avevo tradotto nel 2012 per Edt, non avesse citato il mio nome. Si era nel pieno della campagna che i traduttori portavano avanti per il riconoscimento del proprio lavoro anche mediante la citazione del nome nelle recensioni. In quell’occasione il recensore (che è tra l’altro un piuttosto noto scrittore italiano) si era giustificato dicendo che – non trattandosi di narrativa, cioè di letteratura in senso stretto (ma in effetti quanto di ciò che definiamo narrativa lo è?) – il traduttore in fondo non era così importante. Io ci ero rimasta male, non tanto per la mancata botta di autostima (il fine della campagna ovviamente non era quello), ma perché ancora una volta si relegava, e da parte di una persona del mestiere, la traduzione della narrativa non fiction al ruolo di sorellastra minore (e povera, per giunta) nel vasto mare della traduzione letteraria. Continua a leggere

ma la qualità in editoria paga?

Nei mesi scorsi ho scritto qui, e anche qui, sulla sconcertante quantità di errori, sviste e refusi contenuti nei tre volumi sinora usciti per Feltrinelli dell’autobiografia di Karl Ove Knausgård, ovvero La morte del padre, Un uomo innamorato e L’isola dell’infanzia. Grazie alla sua scrittura complessa, maniacale, incredibilmente dettagliata, alle ripetizioni e descrizioni di tutti quei freddi e norvegesi paesaggi estivi, Karl Ove ci permette di entrare nel suo mondo, e ci rende partecipi di ogni sua nevrosi e angoscia. Insomma, lui scrive bellissime e lunghissime frasi labirintiche, periodi dalla sintassi colloquiale ma oltremodo stratificata, per cui non perdere il bandolo è oggettivamente complicato.
Invece nell’edizione italiana accade che talvolta questo periodare, sempre sull’orlo del precipizio grammaticale, si faccia insensato. E nella lettura questa improvvisa insensatezza si trasforma in un fallimento: l’interruzione della lettura stessa, la ricerca del senso e dell’errore, l’ipotesi: ma che diavolo voleva dire, lui, qui? Continua a leggere

il refuso nell’occhio

In un precedente post vi parlavo dell’importanza della scelta delle parole, anche e soprattutto delle singole parole, quando si traduce un testo. E per fare degli esempi vi citavo un 075_IR43_2014-3articolo in cui avevo notato due bizzarri errori di traduzione. La cosa che sempre mi incuriosisce e mai mi spiego, degli errori di traduzione, è che in genere saltano immediatamente all’occhio di chi legge. E allora perché mai, noi che stiamo traducendo, li facciamo?

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le parole e le cose

Tutti voi ricorderete quella scena di Palombella rossa, ormai entrata, credo, nell’immaginario collettivo, in cpalombella_2ui Nanni Moretti molla uno schiaffo a Mariella Valentini perché parla male. Il grido di dolore di Nanni: “Le parole sono importanti!” è diventato una specie di tormentone, almeno per la mia generazione (ma si spera che continui a esserlo), e se è vero che la lingua va usata bene, ancora meglio la si deve impiegare quando si traduce un testo. Continua a leggere