il racconto di un racconto

Il mese scorso sono stata selezionata tra i semifinalisti di 8×8 Un concorso letterario dove si sente la voce [qui potete scaricare e leggere il mio testo, La colomba bianca, insieme a quelli degli altri scrittori]. Avevo letto il bando in autunno, bastava mandare un racconto che non superasse le 8000 battute e aspettare. In quel periodo, per motivi che non sto qui a spiegarvi, era riemersa dal doloroso oblio famigliare la storia di mia nonna, Dina Sacerdoti, che ai primi di dicembre del 1943 aveva evitato per un soffio la deportazione ad Auschwitz, e quella di suo padre Renzo, il mio bisnonno, che invece non ce l’aveva fatta ed era scomparso nel campo di sterminio.
Così, a tal punto la mia mente era assorbita da quelle cose, che implicavano il cercare foto del bisnonno, consultare documenti lacunosi, rintracciare parenti che non sentivo da secoli, ascoltare un’intervista a Dina risalente a vent’anni fa (la nonna è morta nel 2007 a 94 anni), in cui la sua voce, con quell’inflessione così veneziana e familiare, riemergeva da insospettabili profondità, be’ insomma, ero completamente immersa in questa vicenda quando ho incominciato a scrivere per il concorso, guidata, per così dire, da una colomba bianca che un mattino di qualche giorno prima aveva volato nella strada principale del piccolo paese in cui abito, e si era posata sui davanzali delle finestre, e  i vecchi fuori dal bar avevano alzato gli occhi a guardarla, forse perché sembrava che fosse scappata e si fosse persa.
Ma non era della storia del ramo ebreo della mia famiglia che volevo scrivere, non volevo esporre i fatti in 8000 battute, e del resto non sarebbe stato possibile, se considerate che chi è sopravvissuto alla shoah non ha molta voglia di parlarne, e che la vicenda dei miei parenti è  inevitabilmente incerta (tanto per dire: mio padre, uno dei suoi fratelli e una loro cugina danno tre versioni diverse dell’arresto e della successiva liberazione della nonna).

Ho scritto dunque la storia di un paese immerso in una nebbia che confonde e quella di un ebreo molto osservante che brucia un arrosto in forno, e la sua casa e le scale del condominio vengono invase dal fumo (episodio, quest’ultimo, peraltro vero). E di una colomba bianca che a volte si fa vedere, altre no. La mia idea era che fosse il lettore a costruire, partendo da un testo frammentario, incompleto e per alcuni aspetti incomprensibile, la propria storia, attingendo a immaginari personali, ricordi, libri e sensibilità diverse dalla mia. Insomma, volevo che le mie parole suscitassero in chi leggeva una trama su cui lavorare.
E quindi com’è andata? Dovete intanto sapere che questo concorso si articola così: i racconti  selezionati vengono letti dai rispettivi autori in un locale di Roma, di fronte a una giuria e a un pubblico. Ci sono cinque serate con cinque giurie diverse, otto racconti per ciascuna serata. Io ho partecipato alla prima, i miei giudici sono stati Christian Raimo e Giorgio Gianotto di minimum fax, la giornalista e scrittrice Alessandra Di Pietro e Leonardo Luccone, che si è inventato il concorso e da otto anni lo anima. In una parola: Aiuto!
Ebbene, quello che è venuto fuori è stato per me sorprendente e inatteso (ma del resto non avevo idea di che cosa aspettarmi). Raimo ha immaginato uno scenario da guerra fredda, Gianotto ha visto atmosfere mitteleuropee, Di Pietro ne è rimasta (forse inspiegabilmente) emozionata, Leonardo invece mi ha detto di non aver capito. E in effetti aveva anche ragione, non c’era molto da capire, le cose che avevo voluto dire erano tutte lì, ognuno poteva farne ciò che desiderava.
Certamente so che cosa volete chiedermi, adesso che siete arrivati alla fine. Insomma, hai vinto? Ti sei guadagnata la finale, dove i cinque migliori racconti emersi dalle serate verranno letti (eh, sì, sempre dagli autori) al Salone del libro di Torino? I giurati mi hanno premiato, ho ricevuto da loro il voto più alto, ed è innegabile che questo mi abbia fatto piacere, ma il pubblico infine ha scelto un altro racconto. E del resto, se avessi vinto, questo post ovviamente non sarebbe stato scritto.

[dimenticavo] Le ultime parole del mio racconto: “…poi spalancò la finestra per far uscire la nebbia e guardò fuori, e cercò la colomba bianca nel cielo terso e scuro della città, ma non vide niente”, sono state scritte pensando al capoverso finale di Cecità di José Saramago: “La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco. È arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì”.