quello che i bambini imparano a scuola

Sul finire degli anni Ottanta Riccardo Massa, il mio professore di Pedagogia all’università – e poi relatore di tesi – ci insegnava che il Novecento era, tra le altre cose, il secolo del bambino, il quale, per la prima volta, veniva messo al centro di un mondo nuovo: il suo. Fino ad allora i bambini erano stati piccoli adulti, per cui quelli ricchi dovevano tasca_103avelocemente imparare a comportarsi, mentre quelli poveri seguivano prestissimo i genitori nei campi e nelle fabbriche. Nel Novecento la psicoanalisi ci ha spiegato che i bambini hanno desideri, pulsioni e persino una sessualità, e i pedagogisti come Maria Montessori hanno iniziato a sostenere che per educare il bambino gli si dovesse lasciare completa libertà di espressione.
Purtroppo il professor Massa, davvero un grande maestro, ci ha lasciato troppo presto, e non ha potuto assistere all’esasperazione di questa centralità nel XXI secolo: se non parliamo di cibo, perché questo è innegabilmente il secolo del cibo, parliamo dei nostri figli.
E per loro vorremmo sempre il meglio: l’alimentazione più sana, gli sport completi, il pediatra saggio, le medicine poche, l’ambiente stimolante. Poi naturalmente c’è la scuola. E qui spesso ci sono muri che si scrostano, insegnanti demotivati, programmi vecchi, informatica imbarazzante, mense immangiabili.
Ma che cosa imparano i nostri figli a scuola?

Io ne ho una che quest’anno va in quinta elementare, e di solito non scrivo di faccende mie, ma oggi farò un’eccezione perché mi va di raccontare la cosa più importante che lei e i suoi compagni hanno imparato in questi cinque anni.
In classe c’è un bambino autistico, J., il quale è anche senegalese, dunque portatore di una doppia diversità. Perché nel mondo dell’infanzia essere uguali agli altri è rassicurante, così come avere intorno bambini uguali a te. E trovarsene accanto uno che all’improvviso si alzatruffaut annintasca dal banco, si mette a urlare e si butta a terra, piange senza motivo, non è capace di parlare e non ti guarda mai negli occhi, e che oltretutto ha la pelle decisamente scura, be’, non dico che sia difficile da accettare, per dei ragazzini di cinque o sei anni appena entrati a scuola, ma può essere complicato anche solo da comprendere. E poi il disturbo, l’inquietudine, la lezione interrotta: l’allarme che una situazione di questo genere può suscitare nell’attento e protettivo genitore del XXI secolo. Ma anche l’idea che forse, qui, c’era una cosa nuova da imparare. Che questa faccenda non rappresentava un possibile danno ma un probabile vantaggio per tutti quanti.

C’è stato un lungo e paziente cammino, in questa classe: c’è stato un lentissimo percorso di reciproca conoscenza e comprensione, iniziato a piccoli gruppi, per poche ore alla settimana, e che si è poi ampliato fino a comprendere tutto il tempo scuola che J. trascorre con i compagni. A nessuno è mai stato chiesto di stare con J. se non voleva, ognuno ha potuto decidere con i propri ritmi, il proprio carattere e i propri timori il momento giusto per farselo amico.
E adesso, che sono in quinta, che il tempo è trascorso, c’è sempre qualche bambino che, se finisce di lavorare prima degli altri (eh, sì, nel XXI secolo a scuola si lavora), si mette vicino a J. senza disturbare il resto della classe, che lo aiuta a scegliere la merenda, che gioca con lui all’intervallo. A volte uno solo a volte tanti a volte tutti.

J. continua a non parlare e a non guardarti negli occhi, forse è questa la sua natura, però conosce i compagni, e sa i loro nomi anche se non riesce a dirli, e se vuole dimostrare il suo affetto ti prende la mano e se l’avvicina alle labbra. J. non Argent_de_poche_Copyright_H%E9l%E8ne_Jeanbreau%20_1è uguale ai suoi compagni, è diverso, diversissimo, non sa neppure leggere! Però fa parte del gruppo.
L’acropoli di Atene, le frazioni, l’analisi grammaticale, mi pare che tutte queste cose le abbiano studiate, in classe. Ma c’è una cosa più importante che i bambini hanno imparato, un atteggiamento nei confronti del mondo grande che li accompagnerà per tutta la vita.