parigi, 13 novembre: l’informazione e il suo controllo

Gli attentati di Parigi di venerdì scorso (era il 13 novembre) offrono uno spunto per fare qualche osservazione sul modo in cui viene percepita, conosciuta e narrata la realtà nel tempo dei social network, cioè il nostro.
Quella notte, e la mattina successiva, sabato 14, le nostre pagine facebook e twitter parlavano quasi esclusivamente di quello che era accaduto poche ore prima, perché noi, così come i nostri contatti, avevamo pubblicato articoli, foto, filmati, e poi anche molti post con le nostre opinioni, impressioni e idee su Parigi.Banksy_CLAIMA20130627_0181_14

Vi ricordate i fatti di Genova, quel famigerato G8 del luglio 2001? In quel periodo non avevo la televisione, e seguii le cronache del famoso e violento corteo del 20 luglio, l’uccisione di Carlo Giuliani e l’assalto alla scuola Diaz nella notte del 21 luglio, unicamente attraverso la radio.
La sera del 20, o forse addirittura il 21, andai a casa di qualcuno per guardare la televisione, e  le immagini e i filmati mi colpirono in maniera del tutto diversa, rispetto alle parole da cui fino a quel momento ero dipesa: com’è ovvio la mia percezione di ciò che veniva narrato, stimolata dal senso della vista, fu assai diversa. Del resto nel 2001 informarsi attraverso Internet era poco più che acquistare un quotidiano in edicola: non dovevi fare lo sforzo di scendere, è vero, ma la lentezza con cui si caricava la prima pagina di Repubblica ti convinceva che l’edicola era pur sempre una buona soluzione. Nel 2001 eravamo passivi fruitori di notizie, e sceglievamo con attenzione le nostre fonti.

Quattordici anni dopo, cioè venerdì notte e poi sabato mattina – sabato 14 novembre 2015 – siamo andati su Internet e ci siamo fatti un’idea degli attentati attingendo ai più svariati canali informativi, quindi abbiamo selezionato e pubblicato sui social immagini e articoli che ci colpivano. La stessa cosa stavano facendo i nostri contatti. Abbiamo postato e twittato e condiviso, e poi, passata la botta iniziale, ci siamo messi anche a discutere, commentare e litigare.
Ognuno di noi, in poche ore, ha creato la propria personale narrazione, composta da ciò che ci colpiva e attirava il nostro interesse, una narrazione frammentaria, multiforme, magmatica, e spesso contraddittoria. Ognuno di noi, contemporaneamente, fruiva di narraz3027674-poster-p-1-banksy-and-idris-elba-stand-with-victims-of-syrian-civil-war-in-this-animated-videoioni (quelle dei propri contatti) che presentavano le medesime caratteristiche. E queste narrazioni si mescolavano tra loro e continuavano a cambiare, arricchirsi, confondersi. Non abbiamo acquisito delle notizie, come accadeva nel 2001, ma abbiamo contribuito a dar loro una certa forma. O forse a togliere una certa forma? Oppure a modificare tale forma?
Informazione significa, grossomodo, dare forma alla mente: e tuttavia questa stessa informazione, sottoposta ai social, a quanto pare si fa indistinta in termini di identità e autonomia, riconoscibilità e autorevolezza, e il racconto dei fatti smette di essere lineare.
Soprattutto, siamo convinti di avere il controllo sull’informazione, e invece mai come in questo momento ci sfugge dalle mani e lo abbiamo perduto.