ma la qualità in editoria paga?

Nei mesi scorsi ho scritto qui, e anche qui, sulla sconcertante quantità di errori, sviste e refusi contenuti nei tre volumi sinora usciti per Feltrinelli dell’autobiografia di Karl Ove Knausgård, ovvero La morte del padre, Un uomo innamorato e L’isola dell’infanzia. Grazie alla sua scrittura complessa, maniacale, incredibilmente dettagliata, alle ripetizioni e descrizioni di tutti quei freddi e norvegesi paesaggi estivi, Karl Ove ci permette di entrare nel suo mondo, e ci rende partecipi di ogni sua nevrosi e angoscia. Insomma, lui scrive bellissime e lunghissime frasi labirintiche, periodi dalla sintassi colloquiale ma oltremodo stratificata, per cui non perdere il bandolo è oggettivamente complicato.
Invece nell’edizione italiana accade che talvolta questo periodare, sempre sull’orlo del precipizio grammaticale, si faccia insensato. E nella lettura questa improvvisa insensatezza si trasforma in un fallimento: l’interruzione della lettura stessa, la ricerca del senso e dell’errore, l’ipotesi: ma che diavolo voleva dire, lui, qui?
E così, arrivata al terzo volume e preso atto che la situazione non era migliorata, ho deciso di scrivere all’editore. In sostanza ho mandato una mail all’editor responsabile della narrativa straniera di Feltrinelli e, per conoscenza, al direttore editoriale. Alla mia lettera, molto educata e cortese, avevo allegato un file con tre o quattro pagine di grandi sviste e refusi, tratti soprattutto dall’Isola dell’infanzia, tanto perché si facessero un’idea della situazione. Dopo mezza giornata ho ricevuto una lunga risposta, altrettanto educata e cortese, dall’editor che si sta occupando della revisione delle traduzioni, il quale ha ribadito l’accuratezza del lavoro che sta svolgendo con la traduttrice, compito reso più difficoltoso per via della tipica prosa difficile di Karl Ove, della lunghezza dei testi e del fatto che lui non conosce il norvegese. La sua mail si chiudeva ringraziandomi per le segnalazioni, di cui certamente avrebbe tenuto conto in caso di ristampa dei volumi già usciti.
Insomma, ho interpretato questa risposta in parte come diplomatica, in parte come sinceramente consapevole di un problema forse non superabile.
Perché io so che questo editor con cui mi sono confrontata è colto, preparato e svolge molto bene il suo lavoro. Lo so perché me lo hanno detto traduttori che hanno lavorato con lui e di cui mi fido, perché ne ho letto bene in rete e perché il suo nome compare tra i ringraziamenti nei libri di diversi autori italiani a cui ha fatto, appunto, da editor. Anche la traduttrice non è certo l’ultima arrivata, ha molti libri e anni di esperienza alle spalle. E quindi com’è possibile?
Io credo che la responsabilità, quando si verificano incidenti di questo genere (che poi sono sempre meno incidenti e sempre più normalità), sia da attribuire alle condizioni di lavoro,  in termini economici e di tempo, a cui sono sottoposti i soggetti coinvolti. Se devi fare più cose contemporaneamente, perché guadagni troppo poco, o se devi farne tante perché sei da solo a curare molti progetti insieme, be’, è ovvio che sia difficile lavorare bene. Sono ipotesi naturalmente, ma non saprei spiegarmi altrimenti la faccenda.
Personalmente non me la prenderò mai con un traduttore, un revisore o un correttore di bozze se la qualità di un libro, cioè di un prodotto che acquisto, è scadente. Queste figure fanno parte di un meccanismo, cioè di una filiera, che dovrebbe essere organizzata in modo che l’errore di uno (perché di sbagliare capita a tutti noi in quanto esseri umani) sia emendato da un altro. Se questo non accade, se l’errore rimane una volta che la pagina è stata stampata, la responsabilità ricade necessariamente sull’azienda, in questo caso sull’impresa editoriale. Se l’errore rimane è perché in questi ultimi anni si è risparmiato troppo, perché alcuni editori hanno stretto i cordoni della borsa su alcuni passaggi della filiera che garantiscono (anzi, garantivano) la qualità del prodotto.
Ma ha senso?
Perché il lettore non rifiuta un prodotto scadente che, non dimentichiamo, esce da un’impresa che si definisce culturale?
Perché non si restituisce dignità al libro e a chi materialmente lo realizza, in termini di condizioni di lavoro, e cioè tempi di produzione e compensi, garantendo un risultato impeccabile?
Perché la qualità non è più un valore aggiunto?

 

 

 

 

5 pensieri su “ma la qualità in editoria paga?

  1. Carolei

    i libri Feltrinelli sono da anni fatti malissimo
    anche a livello di autori….basta guardare gli autori italiani che pubblicano…..tutto midcult……una decina d’anni fa era ben diverso.

  2. Valeria

    Sono d’accordo. Nella mia agenzia rileviamo spesso questo problema: case editrici note pagano compensi da fame editor e redattori che lavorano per ore su un testo. Sono persone competenti, laureate, che hanno studiato e per le quali il loro lavoro andrebbe, a mio avviso, pagato degnamente.
    Perché invece succede il contrario? Se chiunque avesse lavoro a sufficienza, sono sicura che nessuno si abbasserebbe a lavorare giorni e giorni su un testo per un compenso davvero ridicolo. Purtroppo invece il lavoro spesso non è abbastanza e quindi si cerca di rimediare in questo senso.
    E alcuni grandi nomi approfittano di questi professionisti, conoscendo il loro bisogno di lavorare.
    Ma i tempi stretti e il fatto di non poter effettuare – per problemi di costi – un secondo controllo sul testo revisionato a volte vanno a inficiare su quello che invece potrebbe essere un lavoro impeccabile.
    Peccato…

  3. Penna

    Spinoso problema, questo, che vivo sulla mia pelle. Posso ancora giustificare gli editori medi o piccoli, ma i grossi NO. I grossi dovrebbero dare ai collaboratori i giusti tempi e i giusti compensi, in modo da permettere loro di lavorare al meglio senza doversi affannare per terminare in fretta e passare al lavoro successivo (perché meno i lavori sono pagati, più devi farne in un mese).
    Per ora non possiamo fare altro che farci sentire, sia come professionisti dell’editoria sia come lettori appassionati.

  4. Claudia

    Commento da semplice lettrice con il pallino della “caccia al refuso”, che è più forte di me: se la mia lettura inciampa anche nel più piccolo degli errori di battitura o punteggiatura, si interrompe e rovina tutta l’esperienza offerta dal libro fino a quel momento. Mi è capitato in più occasioni di scrivere all’editore per segnalare gli errori e propormi come correttrice di bozze per progetti futuri, anche gratuitamente, ma le risposte che ho ricevuto fino ad oggi mi hanno portata a trarre la conclusione che questa figura professionale è sempre più considerata opzionale, un costo superfluo che si può eliminare… Spero di sbagliarmi, perché per un amante della lettura -ma credo che valga lo stesso per qualsiasi lettore, anche occasionale- non c’è cosa più deprimente del veder svalutare così l’importanza della propria soddisfazione: i libri in commercio sono miliardi e quello che decidiamo di acquistare ha superato una difficile selezione; dall’editore di quel libro è legittimo aspettarci la stessa cura e attenzione nel processo produttivo!

    1. thewindycorner Autore articolo

      Grazie per il tuo intervento, Claudia.
      È tutto vero e giusto quello che scrivi, ma ricorda: non si dovrebbe mai lavorare gratuitamente, a meno che non si tratti di volontariato per associazioni onlus. L’editoria è un settore imprenditoriale come gli altri e dovrebbe prevedere giusti compensi per tutti coloro che vi operano.

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