l’incubo del traduttore

Immagino che ciascuno di noi, nella propria vita professionale, qualsiasi essa sia, abbia un incubo, ovvero quella che cosa che non vorremmo mai ci accadesse, perché potrebbe distruggere anni di fatiche lavorative. Ebbene, anch’io ho il mio, dovuto forse al fatto che probabilmente soffro della sindrome dell’impostore, cioè la sensazione che, malgrado i successi, o più blumodestamente i semplici riconoscimenti professionali, si sia totalmente inadeguati, che gli altri si stiano sbagliando, e che le valutazioni positive che si ricevono sul lavoro siano certamente errate, frutto di un qualche abbaglio.*
Va be’, ritorniamo agli incubi. Un paio di settimane fa è uscito per Edt l’ultimo libro che ho tradotto, Avventure nell’essere umano. Viaggio straordinario dal cranio al calcagno, del medico (e scrittore) inglese Gavin Francis, in cui l’autore ci racconta come siamo fatti. È una specie di manuale di anatomia per noi profani ricco di aneddoti, casi clinici, storia, bizzarrie e curiosità.
La cosa bella di questo libro, per me che lo traducevo, ma anche per voi che lo leggerete, è che è scritto molto bene, e quando un libro è ben scritto, ed è pieno di poesia e di senso dell’umorismo e di equilibrio, tradurlo risulta più semplice  (be’, non sempre, però diciamo che queste caratteristiche danno una mano).
Il lato insidioso invece era che, trattando un argomento che ovviamente non conosco a fondo, rischiavo di prendere qualche cantonata. È vero che Gavin Francis lo ha scritto per noi, che non sappiamo nulla di medicina, e quindi non c’è niente di tecnico o di dettagliatamente specialistico, però insomma, stiamo leggendo − noi traduttori − in un’altra lingua, e per quanto bene la sappiamo ci può sempre essere una sfumatura di significato che ci sfugge, un aggettivo per descrivere il soffio al cuore, o uno dei tanti tipi di soffi al cuore, che potremmo tranquillamente travisare. Voi conoscete per esempio il soffio a grido di gabbiano? E sapevate che le arterie retiniche di un individuo affetto da ipertensione oculare assomigliano a lampi biforcuti?

Ma andiamo avanti. Quando mancavano più o meno quindici giorni alla consegna del testo tradotto, e io ero ormai alle battute finali, cioè all’ultima rilettura e al controllo di svariati dettagli, come le tipiche espressioni italiane per descrivere quei soffi al cuore di cui sopra, o la scelta, tra diverse versioni dell’Iliade, di quella che meglio si adattava al mio contesto (la preferiamo in versi oppure in prosa?), l’editore mi comunica che il mio autore è disponibile a risolvere eventuali dubbi, quindi nel caso ne abbia posso tranquillamente scrivergli.
Be’, una meravigliosa notizia, soprattutto in un caso come questo, e infatti poi ci siamo confrontati su diverse cose.
Ma c’era un’altra faccenda di cui l’editore voleva informarmi: l’autore sa l’italiano, non bene però lo sa, avendo sposato un’italiana, per cui avrebbe piacere a leggere subito la traduzione. Insomma, non appena io l’avessi consegnata, loro gliel’avrebbero mandata.
Oh, no! Ecco l’incubo del traduttore. O perlomeno il mio. Lui sapeva bene che cosa aveva scritto, e certamente mi avrebbe smascherato. In realtà, se ci riflettete, poter avere un riscontro diretto dall’autore che si è tradotto è un privilegio non da poco (e ovviamente anche molto raro), perché possiamo sapere dalla fonte in assoluto più autorevole se abbiamo fatto un buon lavoro.
Però c’è il rovescio della medaglia: e se ho preso non una cantonata (credo sia quasi normale, a me almeno capita) ma dieci? E poi c’era un altro rischio, ben più grave, e cioè che il mio testo non gli piacesse. Che quello che avevo scritto io non fosse di suo gusto, che insomma non ci si ritrovasse e non lo percepisse come qualcosa di suo. Perché se è vero che il testo italiano era mio, è pur vero che se anche il traduttore, quando inizia a scrivere, lo fa su un foglio bianco,  non sta inventando niente. La farina, nel famoso sacco, dev’essere sempre quella dell’autore.
Poi il tempo è passato, senza che nessuno mi dicesse niente. Alla fine ho saputo che il dottor Francis mi aveva inserito tra le persone che desiderava ringraziare per l’edizione italiana del libro, con parole tra l’altro molto belle e gratificanti per un traduttore. Probabilmente ha preso un abbaglio.

 

*A questo proposito, credo che uno dei più grandi affetti da questa sindrome sia stato il filosofo Louis Althusser, e consiglio caldamente a tutti di leggere la sua frammentaria e disordinata autobiografia, L’avvenire dura a lungo, la storia di un genio, certamente pazzo, ma non dell’impostore che Althusser sempre ha ritenuto di essere.