le risposte che non mi hai dato

L’altro giorno leggevo un divertente post di Annamaria Testa sui danni psicologici che un rifiuto, soprattutto in ambito lavorativo (ma arispostenche personale, intendiamoci) può comportare, e come sia possibile sopravvivere a queste delusioni (tipo: mandiamo agli editori il nostro manoscritto ma viene ripetutamente rigettato). Gli esempi e i link riportati nell’articolo erano tratti più o meno tutti da siti stranieri. E sapete perché? Perché in Italia il problema non si pone: in Italia, se mandate in giro una proposta, un’idea, un curriculum, il vostro romanzo, una candidatura per un posto di lavoro, semplicemente nessuno vi risponderà.

Quando ero piccola, negli anni Settanta, ci scrivevamo le lettere. Buste, francobolli, tanto tempo.
E quando nel 1989 i miei genitori andarono a vivere a Cape Town, un posto molto lontano da Milano, regalarono a me e ai miei fratelli un telefax, perché così avremmo potuto scambiarci notizie con una certa immediatezza e senza spendere un capitale in telefonate intercontinentali. Un po’ di tempo, risorse materiali, carta. Mia figlia, che ha nove anni nel 2015, scrive mail al suo amico che vive a San Antonio, USA, e chatta via skype con altri amichetti che abitano a Helston, UK. Tempo reale, risorse immateriali.desktop-fax-machine-1989

Sarebbe davvero molto semplice,economico e immediato rispondere a una lettera, nel 2015, eppure nessuno lo fa, e io sempre mi stupisco. Perché, come osservavo l’altro giorno commentando l’articolo di cui sopra, la risposta (anche negativa) è un segno di educazione da parte di chi la manda e uno strumento pedagogico per chi la riceve. E maggiormente mi stupisco di coloro che non ti rispondono dopo avere sollecitato un tuo intervento, partecipazione, proposta.
Perciò vi faccio i canonici due esempi in tal senso.

Più o meno tre anni fa sono stata contattata da una casa editrice piuttosto nota, facente parte del terzo gruppo editoriale italiano (credo sia il terzo, ma comunque siamo lì), per fare una prova di traduzione e una di revisione, nell’ipotesi poi di avviare una collaborazione. Notate tra l’altro che i due testi erano abbastanza lunghi, diciamo più del solito, per cui insomma, c’era anche parecchio da fare. Ho spedito il mio lavoro, mi sono messa ad aspettare. E ho aspettato, e poi ho aspettato ancora. Ma la risposta non è arrivata. Dopo oltre un mese ho chiesto lumi via mail. E niente. Dopo qualche settimana l’ho rifatto, e ancora niente. Be’ insomma, ho spedito qualche mail, ho anche provato a telefonare, senza mai, dico mai, riuscire a parlare con la persona che mi aveva contattata all’inizio. Ed erano trascorsi tre o quattro mesi. Perché mai? Non vi era piaciuta la mia prova di traduzione? Il mio editing era pieno di stupidi errori? E ditemelo, no? Alla peggio, se proprio ci rimango male, vado a rileggermi il post su come sopravvivere ai rifiuti e me ne faccio una ragione.

Sempre un paio di anni fa ho partecipato a un call for papers lanciato da una nota istituzione universitaria che organizza annualmente un importante meeting di tre giorni sui temi della traduzione: cercavano “voci nuove” che proponessero un proprio tema per un seminario. E dunque, pensando stoltamente di avere qualcosa da dire, ho mandato il mio abstract (eh, sì, oggi va così).
Voi pensate che qualcuno mi abbia mai mandato anche soltanto due maledettissime righe per informarmi che la mia mail era stata ricevuta?