le parole sbagliate

“Hotel si scrive con una l. Lo so. L’ho visto in un libro, quindi sono sicurissimo”.
Karl Ove, Knausgård, L’isola dell’infanzia

Tra le tante storie che mio padre raccontava a me e ai miei fratelli quando eravamo piccoli, c’era quella di Mitridate re del Ponto il quale, nel timore di venire avvelenato dai nemici, si fece somministrare dal proprio medico, praticamente per tutta la vita, un cocktail di sostanze tossiche in dosi sempre maggiori, in modo che il suo organismo si abituasse e ne divenisse immune. Il trattamento ebbe un tale successo che quando infine il re decise di suicidarsi fu costretto a farsi trafiggere con una spada, perché i veleni non avevano più alcun effetto su di lui. Dal nome di questo fantastico personaggio, uomo tra l’altro coltissimo e poliglotta (a quanto pare conosceva almeno una ventina di lingue), deriva il termine mitridatismo, ovvero l’assuefazione al veleno.
Ma che c’entra, vi starete chiedendo. C’entra invece, perché negli ultimi anni ci siamo collettivamente mitridatizzati nei confronti di un veleno assai particolare, quello dello scrivere male, degli errori di ortografia, delle sintassi zoppicanti, dei tempi verbali dubbi, delle parole in libertà e, soprattutto, dei refusi. L’anno scorso, ad esempio, cercando non ricordo che cosa in rete, mi sono imbattuta in questa pagina, cioè il sito di una digital agency. Di qualsiasi cosa si tratti, l’ambito è la comunicazione, ovviamente un campo in cui la parola scritta ha un certo peso, e tuttavia, ovunque si legga all’interno del sito, si trovano errori di svariato tipo. Siccome a me queste cose danno molto fastidio, ho mandato una mail tanto per avvertire, ma i refusi sono rimasti tutti quanti lì.
Svarioni e strafalcioni inammissibili sin dai tempi delle elementari dimorano oggi indisturbati sui giornali, sui siti e nei libri. Oh, i libri! Soprattutto nei libri la faccenda dovrebbe essere considerata grave, e invece niente. I libri, questi portatori di cultura, questi traghettatori di parole, come possono contenere cose sbagliate?
Come alcuni di voi sapranno, ogni tanto mi lamento per l’enorme quantità di svarioni assortiti di cui sono costellate le traduzioni italiane dei libri di Karl Ove Knausgård:* a me sembra una cosa inconcepibile, eppure, per esempio, un mio contatto su twitter che sta leggendo come me L’isola dell’infanzia, cioè il terzo volume dell’autobiografia di Karl Ove, mi scrive di non essersi proprio accorto di niente. Mitridatismo, si chiama.
Ora io mi domando: siamo sempre più attenti alla qualità del cibo con cui ci nutriamo, pretendiamo che gli insegnanti dei nostri figli siano bravi e preparati, e se l’idraulico venuto a sistemarci una perdita non ha eseguito ad arte il lavoro lo richiamiamo e protestiamo. E allora perché non dovremmo pretendere qualità nei libri che leggiamo? E soprattutto, perché non lo facciamo?

L’anno scorso è stata lanciata da Annamaria Testa una petizione intitolata Dillo in italiano per promuovere la nostra lingua e difenderla, per così dire, dall’invasione dei termini stranieri (soprattutto di derivazione anglosassone, ça va sans dire). È questa una battaglia utile, perché è vero che fa sempre bene discutere di come una lingua muti nel corso del tempo, ma forse irrimediabilmente persa, perché è altrettanto vero che nel villaggio globale la magmatica commistione è inevitabile.
Io credo che la purezza di una lingua, per così dire, non si mantenga né conservi difendendola dall’aggressione dello straniero, perché ormai lo straniero, di fatto, non esiste più (e dovremmo soltanto gioirne). Questa purezza si mantiene e si conserva e si tramanda respingendo, con tutte le nostre forze, lo scadimento, la mediocrità, la sciatteria che si riscontrano sempre di più nei testi che leggiamo, l’imprecisione linguistica e terminologica, l’accontentarsi, perché in fondo che cosa vuoi che sia, è solo un errorino.
Ma attenzione: perché l’errore scritto e stampato in un libro, e dunque in qualche modo avallato da chi fa cultura e la trasmette, a un certo punto cessa di essere un errore, e la lingua diventa un po’ più povera, più brutta e più confusa. Dobbiamo difendere la qualità, ovvero la correttezza, della nostra lingua. Dobbiamo difenderne l’eleganza, la ricchezza e la complessità. E possiamo farlo confrontandoci sulle grandissime castronerie che troviamo in giro, parlandone e scrivendone. Poi, quando è il caso, possiamo anche protestare.

*A proposito di Karl Ove: ho chiesto prima attraverso twitter e poi, dietro indicazione del loro social manager, attraverso facebook, di poter scrivere e confrontarmi con l’editor di Feltrinelli che si sta occupando dell’edizione italiana dei libri di Kanusgård, tanto per capire, dato che non sono poliglotta come Mitridate e non so il norvegese, se e quanto eventualmente pesino, in tutta questa faccenda, la cifra stilistica e il complesso impasto linguistico dell’autore. Tuttavia sino a ora non ho avuto risposta: un atteggiamento di chiusura per me assolutamente incomprensibile.

2 pensieri su “le parole sbagliate

  1. Laura

    Condivido pienamente. Io sto cercando di iniziare a lavorare come traduttrice e i libri tradotti che vedo in giro mi lasciano allibita, sia per gli errori veri e propri sia che per l’uso della punteggiatura.
    Anch’io ho contattato un editore per segnalare errori di traduzione, ma sono stata liquidata con un “e’ stata una scelta del traduttore”. Per me una scelta sbagliata si chiama errore. ma intanto il libro è in libreria …

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