le parole e le cose

Tutti voi ricorderete quella scena di Palombella rossa, ormai entrata, credo, nell’immaginario collettivo, in cpalombella_2ui Nanni Moretti molla uno schiaffo a Mariella Valentini perché parla male. Il grido di dolore di Nanni: “Le parole sono importanti!” è diventato una specie di tormentone, almeno per la mia generazione (ma si spera che continui a esserlo), e se è vero che la lingua va usata bene, ancora meglio la si deve impiegare quando si traduce un testo.

Qualche giorno fa, per motivi che non sto qui a spiegare, mi sono ritrovata a confrontare un articolo in inglese e la sua traduzione pubblicata su una rivista italiana. Se si eccettuano un paio di errori bizzarri, di cui forse parlerò un’altra volta, questa traduzione a me è sembrata molto ben fatta (per quel che vale il mio giudizio) ma con alcune scelte che io definirei riduttive, e che finiscono per appiattire ingiustamente il testo.

Appiattire un testo significa non scegliere le parole giuste per descrivere le cose. E quali sono le parole giuste? Sono quelle che evocano nel lettore della traduzione le stesse sensazioni, pensieri, mondi evocati dal testo nella sua lingua originale.

Vi faccio solo un paio di esempi. Si parla della tradizione del surf alle Hawaii.
Ed ecco la descrizione del viso di un tizio, hawaiano:
“His hair was a luxuriant white, and the slablike planes of his face evoked the ancient Hawaiian alii, or chiefs, he counts among his forebears”.
“I capelli di un bianco rigoglioso e il viso squadrato mi facevano pensare agli alii, i capitribù hawaiani che aveva tra i suoi antenati”.

Ora, per chi non sapesse bene l’inglese, slab significa lastra. Ma una lastra pesante e spessa, di materiali come pietra o cemento; l’aggettivo slablike descrive pertanto qualcosa di solido e duro, magari anche liscio. Come talvolta accade in inglese, una sola parola racchiude un’immagine complessa, difficile da rendere in maniera altrettanto breve, secca e veloce. Il volto di questo signore (che poi l’inglese dice slablike planes: i piani del volto), è dunque “impassibile e duro come la pietra”, mentre l’aggettivo scelto in traduzione, squadrato, estrae da quel termine complicato soltanto un aspetto (e forse anche impropriamente). Ecco perché ho parlato di scelta riduttiva.

Secondo esempio:
l’autore parla di quando, nel passato, tutti gli hawaiani surfavano, era un’usanza molto comune, e dunque:
“a new swell could empty a village for days”.onde
“una mareggiata poteva svuotare un villaggio per giorni”.
Swell è, in generale, un rigonfiamento, un ingrossarsi, e spesso è riferito al mare. Non è sbagliato tradurre new swell con mareggiata, ma il lettore italiano, abituato alle onde del Tirreno o dell’Adriatico, difficilmente in questa parola coglie l’immagine di una cosa come una burrasca da surfisti alle Hawaii.
Sarebbe forse stato più evocativo (ed esatto) scrivere qualcosa come:
“Quando le onde gonfiavano il mare, il villaggio poteva talvolta svuotarsi per giorni”.

E perché, infine, “a guy with a grey ponytail on a stand-up paddleboard” diventa “un tizio brizzolato in piedi su una paddleboard”? Perché abbiamo per forza dovuto togliergli la tanto evocativa, coda di cavallo grigia? Ogni volta che leggo da qualche parte tizio brizzolato a me viene in mente l’ex impiegato Michael Douglas in camicia bianca che impazzisce in Un giorno di ordinaria follia. Questo qui invece probabilmente è un hawaiano di mezza età con i capelli lunghi che cavalca la sua tavola. Cioè tutta un’altra cosa.

Io so benissimo che questi sono semplici dettagli, che quello che conta è l’effetto complessivo, ma quando iniziamo a tradurre un testo la pagina è bianca, e sono soltanto le parole con cui la riempiremo a creare la visione d’insieme, l’evocazione di un mondo lontano e di una storia che prima non ci apparteneva.