la morte dell’editing

Il mese scorso ho tradotto, per un editore con cui lavoro, un breve pezzo dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård.Knausgard Non avevo mai letto niente di suo, anche se sapevo che era uscito da poco in italiano il primo di molti volumi forse autobiografici, ma non ne ero attratta né incuriosita, se non per il titolo: La morte del padre.
E invece, mentre traducevo quel brano di un’unica cartella mi sono resa conto che Karl Ove aveva molte cose da dire e soprattutto che queste cose mi interessavano.

Per cui sono andata in libreria per procurarmi il libro. E questo è un dettaglio importante, perché almeno da un paio d’anni, vittima di certe idee di collettivismo, condivisione e rifiuto del possesso di beni materiali (anche i libri in fondo lo sono), fedele al vecchio ma pur sempre valido less is more, leggo quasi esclusivamente grazie alla biblioteca. Acquisto e conservo e accumulo soltanto se penso che sia proprio davvero necessario. Nel caso di Karl Ove mi sembrava che lo fosse, e non mi sono pentita.

Perché in effetti il libro mi sta piacendo molto, e le prime pagine, in cui lui parla della morte e della rimozione fisica e psicologica dei cadaveri, ti introducono in un mondo molto cupo e nordico, in cui subito e piacevolmente ci si perde, anche perché Karl Ove scrive frasi lunghissime, così lunghe che a volte quando arrivi alla fine non ti ricordi più bene da cosa fosse partito. Ma il bello è questo. E il problema un altro.

E cioè che sono arrivata più o meno a metà libro (su un totale di 505 pagine) e ho già trovato almeno una ventina di refusi. Scrivo almeno perché potrebbero essere anche di più, se si considera che leggo tra le undici di sera e l’una del mattino, con gli occhi stanchi e la mente annebbiata e già prossima al sonno. Facendo una media è un errore ogni 11,65 pagine. Non molto? E invece è troppo, perché non dovrebbe essercene neppure uno.
Ma eccone soltanto qualcuno, per capirci.

Si va dalle semplici concordanze sbagliate:
“[…] e dopo stavamo insieme, a un incrocio o al parcheggio davanti al negozio, tutte situazioni in cui le differenze esistenti tra noi venivamo quasi cancellate […]” a pagina 95.
“Alcuni ragazzini li stavano guardando. Tra non molto avrebbe osservato anche me […]” a pagina 113.

Poi ci sono le parole bizzarre:
“I secondi che intercorrevano ogni volta che alzavo lo sguardo” a pagina 26.
“Se non fosse stato per qualche istanza che a intervalli irregolari versa dei soldi sul mio conto” a pagina 46.
“La portiera del bagagliaio si alzò” a pagina 67.
“Se invece non era già impegnato con una schedina del totocalcio o a conferire con le tabelle dei risultati e dei prognostici” a pagina 128.
“le scatole da imballaggio di cibi precotti da scaldare al microonde” a pagina 336.

E le espressioni parimenti bizzarre:
“[…] quando ero nelle sue vicinanze” a pagina 79.
“[…] Susanne e Margrethe erano come una specie di amiche” a pagina 95.
“Se la conversazione in corso entrava sul vivo dell’argomento si infervorava tutto” a pagina 128.

Infine la lunga frase ingestibile:
“Si sedettero al tavolo e l’atmosfera si ravvivò subito. E quelli che al mio arrivo erano stati soltanto volti privi di significato e contenuto e che di conseguenza avevo valutato unicamente in base all’età e al tipo, più o meno come si fossero trattati di animali, un bestiario formato da quarantenni, con tutto ciò che questo implicava di occhi smorti, labbra contratte, seni cadenti, pance tremolanti, rughe e cuscinetti di grasso, adesso invece li vedevo come singoli individui, perché ero imparentato con loro, il sangue che scorreva nelle loro vene era lo stesso di quello che scorreva nelle mie, e all’improvviso era importante sapere chi fossero” a pagina 216.

Naturalmente c’è poi tutto un corredo di nomi sbagliati, perché Bassen, un amico di Karl Ove, a volte è Bussen, ci sono le canzoni dei The Police, eccetera, eccetera.

E allora queste belle e lunghissime frasi di Karl Ove, questa sua cupezza tutta bianca e innevata da cui mi lascio avvolgere all’una del mattino, l’infanzia e l’adolescenza e l’età adulta di Karl Ove, confuse e problematiche, e quel leggero continuo disagio mentre leggo la sera tardi, tutto ciò si interrompe, perché inesorabile arriva l’errore. Eh, che sarà mai, un errore. Sì, però, caro editore Feltrinelli, ci vorrebbe un po’ più di rispetto per i tuoi lettori.

Un pensiero su “la morte dell’editing

I commenti sono chiusi.