due o tre cose sulla traduzione di narrativa non fiction

Più o meno un paio di anni fa ho avuto uno scambio di battute (credo su facebook) con un recensore sul fatto che nel suo articolo sul “Venerdì” di Repubblica dedicato a London Calling del mitico Barry Miles, che avevo tradotto nel 2012 per Edt, non avesse citato il mio nome. Si era nel pieno della campagna che i traduttori portavano avanti per il riconoscimento del proprio lavoro anche mediante la citazione del nome nelle recensioni. In quell’occasione il recensore (che è tra l’altro un piuttosto noto scrittore italiano) si era giustificato dicendo che – non trattandosi di narrativa, cioè di letteratura in senso stretto (ma in effetti quanto di ciò che definiamo narrativa lo è?) – il traduttore in fondo non era così importante. Io ci ero rimasta male, non tanto per la mancata botta di autostima (il fine della campagna ovviamente non era quello), ma perché ancora una volta si relegava, e da parte di una persona del mestiere, la traduzione della narrativa non fiction al ruolo di sorellastra minore (e povera, per giunta) nel vasto mare della traduzione letteraria.

La narrativa non fiction rientra nella cosiddetta varia e cioè, in ambito editoriale, tutto quello che viene pubblicato e che non è possibile definire né fiction né saggistica nel senso proprio di questi termini. È un genere che si pone a metà strada, sono racconti che affondano le radici nella realtà, che si tratti di storia delle idee e della cultura, di biografie, oppure di reportage di viaggio, ma che espongono questa realtà come se fosse una narrazione.
London Calling, il cui sottotitolo è La controcultura a Londra dal ’45 a oggi, è esattamente questo. Un libro che forse avete letto e ricorderete, La fame, di Martin Caparrós, uscito per Einaudi l’anno scorso, è esattamente questo. I libri della collana La Biblioteca di Ulisse di Edt sono esattamente questo.

Nel suo porsi al limitare tra due generi, per così dire, la narrativa non fiction condivide alcune caratteristiche dell’uno e dell’altro, mentre per altri versi si discosta da entrambi. Possono esserci dei dialoghi, come nella narrativa, e l’articolazione del testo spesso è, in effetti, tipicamente narrativa. Talvolta gli autori, anche se non tutti e non sempre, possiedono una cifra stilistica personale. Altre volte invece, non essendo veri scrittori, mettono in campo una sintassi sin troppo piana: un inglese semplice e ripetitivo nel mio caso (dato che traduco da questa lingua), che chiede al traduttore uno sforzo maggiore affinché si trasformi, pur senza stravolgimenti, nell’articolata ricchezza dell’italiano (pensate, per esempio, a quante ripetizioni sopporta l’inglese, a quanto spesso la sintassi anglosassone è un semplice soggetto-verbo-complemento).

A differenza della saggistica, però, queste narrazioni si rivolgono a un pubblico di lettori non specialisti, per cui utilizzano di norma una terminologia non settoriale, anche quando trattano argomenti specifici. Il che non implica, tuttavia, che il traduttore non abbia o non si debba creare delle competenze in quegli ambiti. Se traduco, come mi è capitato un paio di anni fa, un libro che parla del mare – anzi del mondo sommerso – che parla, se pure in maniera narrativa, del misterioso linguaggio delle balene, degli inesplorati fondali marini, di avventurosi viaggi negli abissi e dei limiti ai quali l’essere umano riesce a spingersi, immergendosi in apnea in quegli abissi, bè, un po’ mi devo documentare. Perché non dimentichiamo – e questa è forse la caratteristica più importante, quella che finisce per influenzare tutte le altre e determina la bontà del lavoro del traduttore  – non dimentichiamo insomma che questi libri parlano del reale. Per cui, se una certa misurata creatività è accettabile per contestualizzare i dialoghi o conferire un minimo dinamismo sintattico al testo, laddove sia necessario, la precisione nella scelta terminologica e nella resa complessiva dev’essere il faro che guida il lavoro del traduttore alle prese con la narrativa non fiction.