daniel mendelsohn, gli scomparsi e i sopravvissuti

L’ho preso al volo in libreria l’estate scorsa, a fine agosto, il giorno prima di partire per le vacanze. Ne avevo sentito parlare, ma confesso di averlo scelto soprattutto per le molte pagine: i libri lunghi mi sembrano rassicuranti, perché mi pare che abbiano più cose da dire [non è vero, naturalmente].
Autosave-File vom d-lab2/3 der AgfaPhoto GmbHSulle prime non lo capivo: troppi nomi, troppe storie, forse. E tuttavia all’improvviso, da un momento all’altro, la vicenda di questo scrittore americano, appassionato di alberi genealogici, anzi del proprio albero genealogico, e che da anni ricostruisce la storia della sua famiglia ebrea, originaria di «una cittadina chiamata Bolechow […] situata in una località remota un tempo appartenuta all’Austria, poi alla Polonia e a chissà quanti altri paesi», be’, questa vicenda mi ha davvero rapito.
Sì, perché la famiglia della madre di Daniel, gli Jäger, ai primi del Novecento è emigrata negli Stati Uniti. Sono tutti lì, a New York, i discendenti, oppure, soprattutto gli anziani, in Florida. Tutti eccetto uno zio della madre, ovvero un fratello del nonno, l’unico che aveva infine deciso di rimanere a Bolechow: zio Shmiel. E quando scoppia la guerra, cioè la Seconda guerra mondiale, e arrivano i tedeschi, di zio Shmiel, di sua moglie Ester e delle quattro figlie, Lorka, Frydka, Ruchele e Bronia, si perdono le tracce.

indexNon è un romanzo, questo, non c’è alcuna invenzione, e sono settecentotredici le pagine [nell’edizione italiana] che compongono Gli scomparsi, in cui Daniel Mendelsohn ricostruisce la storia di questi suoi sconosciuti e incerti parenti, andando in cerca, letteralmente in tutto il mondo, di coloro che li conoscevano, degli antichi abitanti di Bolechow, dei pochissimi sopravvissuti alla guerra, al massacro e alla deportazione. Ma infine, la storia di Shmiel e della sua famiglia, la storia che Daniel Mendelsohn riesce a raccontarci, è una storia frammentaria e lacunosa: le figlie erano tre o quattro? chi viene preso e chi muore per primo, di tutti loro? Ester in effetti aveva belle gambe? e Shmiel, come qualcuno sosteneva, era davvero un po’ sordo? e poi, erano una o due le insegnanti polacche che nascosero Shmiel e una delle figlie? e quale delle ragazze, con precisione?
Per questo motivo, all’inizio, mi pareva di non venirne a capo, perché venirne a capo è probabilmente impossibile; l’autore a un certo punto si ferma, ha messo insieme abbastanza elementi, e tuttavia sa benissimo che quella ricerca sarebbe potuta continuare all’infinito.

Gli scomparsi, a dispetto del titolo, non è un libro sulle vittime della shoah, perché ci parla essenzialmente di chi è sopravvissuto. Non è un libro sull’importanza della memoria e della sua conservazione, ma sull’inevitabile e dolorosa perdita del ricordo, sulla frammentarietà e l’incertezza. Molte delle foto che accompagnano il testo, realizzate da Matt Mthelost_photographermattmendelsohn_0002endelsohn, fratello dell’autore e fotografo professionista, ritraggono i sopravvissuti come sono adesso, ma sembrano talvolta risalire a un’epoca di cui si sono perse le tracce.
Quello che rimane, quando infine chiudiamo il libro, sono le parole, i volti e le storie di chi è riuscito nascondendosi a scappare, in modi assurdi e talvolta impensabili e misteriosi, e infine a salvarsi, portando nel cuore un’angoscia impossibile da vincere.

Meg Grossbard è una di loro, una dei dodici ebrei di Bolechow ancora in vita. Adesso vive a Melbourne, in Australia, e accetta di raccontare la propria storia a patto che non venga inserita nel libro. Accetta di farsi fotografare, a patto che il suo volto venga poi coperto, nella stampa, da una pecetta bianca.
«Vorrei tanto potervi riferire quel che Meg mi disse. E mostrarvi il suo viso, l’espressività, l’arguzia, il mesto umorismo che a volte trapelava, il modo in cui l’ironia dimessa improvvisamente e in modo sconcertante si trasformava in una tristezza sconfinata, come accadde in quel tardo pomeriggio. Matt le aveva chiesto di posare con una foto della sua vecchia amica Frydka [una delle figlie di Shmiel, scomparsa]. Nel momento in cui si aprì l’otturatore, un qualche ricordo dovette lambire la sua mente; nella fotografia, che voi non vedrete mai, compare con gli occhi chiusi, come sopraffatta dal dolore, il volto segnato di una donna raffinata e minuta che nella mano impeccabilmente curata stringe l’istantanea di una ragazza dall’espressione trasognata e assorta, gli occhi spalancati. Anche se, quasi un’ironia della sorte, oggi sono gli occhi della donna anziana a essere aperti, mentre quelli della ragazza si chiusero per sempre sessant’anni fa».

[Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi, Neri Pozza, Vicenza 2007. La traduzione, perfetta, è di Giuseppe Costigliola]