Archivio della categoria: libri e scrittori

Richard Ford, google e i misteri svelati

Quest’anno sono partita per le vacanze un po’ affannosamente, perché ho avuto molto da fare fino all’ultimo, il che significa che in pratica non ho portato via quasi niente da leggere. Ma in una piccola libreria di mare, a dire la verità ormai un po’ saccheggiata dai turisti (è la fine di agosto), ho trovato diversi romanzi di Richard Ford, scrittore che non avevo mai letto ma di cui mi aveva parlato con entusiasmo a suo tempo (e cioè una decina di anni fa) la mia collega Adelaide Cioni, che stava traducendo uno dei suoi libri.
Indecisa tra i due più lunghi, che erano Canada e Il giorno dell’Indipendenza, ho scelto quest’ultimo, il secondo di una trilogia (in libreria c’erano anche gli altri, che sono Sportwriter e Lo stato delle cose, ma iniziare da metà non mi sembra una cattiva idea, ti dà una panoramica complessiva e poi puoi sempre decidere, se ti piace, di leggere anche il primo e il terzo). Tra l’altro è il libro, tra quelli di Ford, che ha vinto sia il Pulitzer sia il Pen/Faulkner Award. Continua a leggere

l’incubo del traduttore

Immagino che ciascuno di noi, nella propria vita professionale, qualsiasi essa sia, abbia un incubo, ovvero quella che cosa che non vorremmo mai ci accadesse, perché potrebbe distruggere anni di fatiche lavorative. Ebbene, anch’io ho il mio, dovuto forse al fatto che probabilmente soffro della sindrome dell’impostore, cioè la sensazione che, malgrado i successi, o più blumodestamente i semplici riconoscimenti professionali, si sia totalmente inadeguati, che gli altri si stiano sbagliando, e che le valutazioni positive che si ricevono sul lavoro siano certamente errate, frutto di un qualche abbaglio.*
Va be’, ritorniamo agli incubi. Un paio di settimane fa è uscito per Edt l’ultimo libro che ho tradotto, Avventure nell’essere umano. Viaggio straordinario dal cranio al calcagno, del medico (e scrittore) inglese Gavin Francis, in cui l’autore ci racconta come siamo fatti. È una specie di manuale di anatomia per noi profani ricco di aneddoti, casi clinici, storia, bizzarrie e curiosità. Continua a leggere

ma la qualità in editoria paga?

Nei mesi scorsi ho scritto qui, e anche qui, sulla sconcertante quantità di errori, sviste e refusi contenuti nei tre volumi sinora usciti per Feltrinelli dell’autobiografia di Karl Ove Knausgård, ovvero La morte del padre, Un uomo innamorato e L’isola dell’infanzia. Grazie alla sua scrittura complessa, maniacale, incredibilmente dettagliata, alle ripetizioni e descrizioni di tutti quei freddi e norvegesi paesaggi estivi, Karl Ove ci permette di entrare nel suo mondo, e ci rende partecipi di ogni sua nevrosi e angoscia. Insomma, lui scrive bellissime e lunghissime frasi labirintiche, periodi dalla sintassi colloquiale ma oltremodo stratificata, per cui non perdere il bandolo è oggettivamente complicato.
Invece nell’edizione italiana accade che talvolta questo periodare, sempre sull’orlo del precipizio grammaticale, si faccia insensato. E nella lettura questa improvvisa insensatezza si trasforma in un fallimento: l’interruzione della lettura stessa, la ricerca del senso e dell’errore, l’ipotesi: ma che diavolo voleva dire, lui, qui? Continua a leggere

daniel mendelsohn, gli scomparsi e i sopravvissuti

L’ho preso al volo in libreria l’estate scorsa, a fine agosto, il giorno prima di partire per le vacanze. Ne avevo sentito parlare, ma confesso di averlo scelto soprattutto per le molte pagine: i libri lunghi mi sembrano rassicuranti, perché mi pare che abbiano più cose da dire [non è vero, naturalmente].
Autosave-File vom d-lab2/3 der AgfaPhoto GmbHSulle prime non lo capivo: troppi nomi, troppe storie, forse. E tuttavia all’improvviso, da un momento all’altro, la vicenda di questo scrittore americano, appassionato di alberi genealogici, anzi del proprio albero genealogico, e che da anni ricostruisce la storia della sua famiglia ebrea, originaria di «una cittadina chiamata Bolechow […] situata in una località remota un tempo appartenuta all’Austria, poi alla Polonia e a chissà quanti altri paesi», be’, questa vicenda mi ha davvero rapito.
Sì, perché la famiglia della madre di Daniel, gli Jäger, ai primi del Novecento è emigrata negli Stati Uniti. Sono tutti lì, a New York, i discendenti, oppure, soprattutto gli anziani, in Florida. Tutti eccetto uno zio della madre, ovvero un fratello del nonno, l’unico che aveva infine deciso di rimanere a Bolechow: zio Shmiel. E quando scoppia la guerra, cioè la Seconda guerra mondiale, e arrivano i tedeschi, di zio Shmiel, di sua moglie Ester e delle quattro figlie, Lorka, Frydka, Ruchele e Bronia, si perdono le tracce. Continua a leggere