le buone pratiche: l’impegno di editori e traduttori

Nel primo weekend di aprile c’è stata a Milano la seconda edizione di Bookpride, la fiera degli editori indipendenti. Una cosa piccola ma per certi versi entusiasmante, sicuramente occasione di incontro tra editori, lettori e autori in un contesto davvero informale. E poi tanti libri belli, fatti con molta cura. Ho scoperto per esempio che le copertine delle collane Habitat e Abitare di Quodlibet sono meravigliose.
Al di là di tutte queste cose piacevoli, uno degli appuntamenti per cui domenica sono stata al Bookpride è che il sindacato dei traduttori editoriali Strade, insieme a Slc-Cgil, ha firmato un accordo con Odei, cioè l’Osservatorio degli Editori Indipendenti, sigla che ne riunisce una sessantina. L’accordo si intitola “Le buone pratiche per un’editoria sana. Linee guida per un rapporto giusto tra editori e traduttori”.
Ma di che cosa si è parlato, e quali sono le buone pratiche oggetto dell’accordo, peraltro definito storico da entrambe le parti? Si tratta di cinque punti, e per chi non abbia voglia di andare leggerseli per esteso (per esempio qui), li riassumo in due parole.
I primi due punti riguardano il contratto di edizione di traduzione, cioè il contratto che l’editore stipula con il traduttore al momento di affidargli un incarico di traduzione (il primo punto), e le condizioni e i tempi di cessione dei diritti sul testo tradotto (il secono punto). Il riferimento è la legge 633/41 che regola il diritto d’autore in Italia.
Il terzo punto riguarda le modalità di revisione della traduzione. Fermo restando che il traduttore consegnerà un testo elaborato con cura, l’editore si impegna a condividere con il traduttore la revisione: lo scopo finale è la pubblicazione di un lavoro di qualità.
Il quarto punto impegna le parti a rispettare gli accordi presi e, nel caso di inadempimenti di una delle due, a ricercare soluzioni eque e non ingiustamente penalizzanti.
Il quinto e ultimo punto impegna l’editore a pubblicare il nome del traduttore sulla copertina o sul frontespizio del libro, come del resto dispone il RD 18 maggio 1942, art. 33, e di indicarlo anche sul catalogo e in eventuali pubblicità.
Ora, come voi vedete, su cinque punti almeno tre impegnano gli editori su aspetti che sono già disciplinati da una legge. In qualche modo sembra che gli editori afferenti a Odei abbiano dichiarato pubblicamente di voler rispettare norme a cui, in linea teorica, erano già soggetti. E questo a me è sembrato quantomeno bizzarro.
Perché se è vero che là fuori, nel mondo grande, è pieno di gente che non rispetta le leggi (non solo nel settore editoriale, eh, dico in generale) è altrettanto vero che ci sono moltissimi editori virtuosi, che da sempre stipulano contratti impeccabili e stabiliscono con i traduttori un rapporto di stima e fiducia, che altamente e costruttivamente si riflette sulla riuscita dei libri che vengono pubblicati (io ad esempio ho la fortuna di lavorare per uno di questi).
Tuttavia oggi non ho voglia di fare polemica (sebbene sia nella mia natura), perché credo che quello che è avvenuto domenica, e cioè la firma di questi cinque punti, sia il tentativo, da parte sindacale e anche editoriale, di mettere un po’ d’ordine e stabilire dei confini in un settore poco controllabile e nel quale, spiace dirlo, in nome della cultura e nello sprezzo del dio denaro, talvolta la parte più debole finisce per lavorare in condizioni poco dignitose, sia dal punto di vista etico che di quello economico.
Il terzo punto, inoltre, tocca una questione fondamentale nel mondo editoriale contemporaneo, e cioè la qualità dei libri che vengono pubblicati. Impegnarsi a condividere la fase di revisione (e cioè prima di tutto farla) vuol dire avere un approccio che potremmo definire costruttivo: un lavoro comune di rilettura e miglioramento del testo secondo modalità che, anche qui, dovrebbero essere ormai acquisite, e probabilmente lo sono state nel passato, ma che per motivi forse legati ai tempi di produzione, forse ai costi, o forse a entrambi, sono spesso disattese.
Niente di nuovo sotto il sole, almeno in apparenza, perché, e mi ripeto, si è chiesto agli editori di  rispettare norme, leggi, consuetudini, pratiche di filiera e altri aspetti che in gran parte erano già lì.
Al contempo però  tutto è nuovo, perché di queste cose assai importanti non soltanto si è parlato, ma su di esse alcuni operatori del settore si sono impegnati formalmente e pubblicamente.
Domenica l’incontro si è chiuso in maniera un po’ frettolosa. Subito dopo la firma tra Elisa Comito di Strade, Francesco Sole di Slc-Cgil, e Lorenzo Flabbi e Gino Iacobelli di Odei, tutti si sono alzati per andarsene: nessun intervento del pubblico (anche numeroso), nessuna domanda. E mi è rimasta la non bella sensazione che si fosse in qualche modo archiviata la pratica. Il che renderebbe i cinque punti lettera morta sul nascere.
Per questo motivo il compito di chiunque lavori nel mondo editoriale, del traduttore o del revisore, che sia o meno iscritto al sindacato Strade (io per esempio non lo sono), ma anche semplicemente dei lettori, che forse vorrebbero libri qualitativamente migliori ed eticamente prodotti, e dei tanti blogger che si occupano a vario titolo di libri, è di parlare, scrivere, diffondere, pubblicare e pubblicizzare questi cinque punti che – vale ricordarlo ancora – impegnano chi li sottoscrive alle buone pratiche.
In tal modo ci si auspica che il circolo virtuoso possa allargarsi, e da piccola vittoria diventi un manifesto cool (sì, l’ho scritto) aperto alle adesioni di grandi e piccoli editori.

2 pensieri su “le buone pratiche: l’impegno di editori e traduttori

  1. stefania

    La penso come te. E sono un po’ perplessa nel vedere certe case editrici nel mazzo insieme a certe altre.

    1. thewindycorner Autore articolo

      Sì, credo che la cosa più importante sia l’atto simbolico: alcuni editori si stanno impegnando.
      Per questo bisognerebbe diffondere il più possibile la cosa.

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